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Coffee Club

Nei primi tre mesi dal mio arrivo in America, mi ero rassegnato agli orrendi bibitoni lenti che l’azienda mette a disposizione e che insiste a chiamare "caffè". Le strutture offerte prevedono un coso che cola acqua calda e con un supporto per reggere un filtro di carta, un thermos in cui colare l’acqua una volta che si è leggermente colorata di marrone passando per il filtro e bustine di sedicente caffè macinato da aprire nel filtro per innescare il processo di colorazione dell’acqua. Da un filtro si riempie un thermos da dieci bicchieroni (le tazzine qua non si usano). La mia speranza era sempre di potermi fare il caffè da solo o che l’avessero fatto i programmatori russi: ciò significava due bustine di caffè usate per carica invece di una, così che l’acqua marrone avesse una parvenza di sapore.

Un primo miglioramento c’è stato quando ho scoperto che Hervé, il traduttore francese, ha una macchinetta nel suo ufficio. È sempre di queste che colano l’acqua nel filtro e poi nella brocchetta, ma se non altro si porta del caffè decente da casa (nota del redattore: Lavazza Crema e Gusto fatto in questo modo è insospettabilmente gradevole). Ho proposto di contribuire alle spese del caffè purché mi facesse partecipare al suo caffè del dopopranzo, e per qualche altro mese la soluzione è stata questa.

Poi, la fortuna mi ha sorriso. Esiste un tipo strano ma simpatico che lavora per un reparto completamente differente che si diverte – credo – a frequentare gli strani individui del reparto localizzazione (noi), in particolare quei pazzoidi disinibiti degli europei (sempre noi). Presumo che sia perché lui è MOLTO americano e gli piace farsi scioccare da rivelazioni tipo "Sì, mi è capitato di andare in un campo nudisti" oppure "Certo, nei nostri picnic POSSIAMO portarci una bottiglia di vino o della birra", o ancora "Nudi nelle riviste e nelle pubblicità in TV? Certo che se ne vedono, magari non proprio i genitali…"

Un giorno questo tipo, che chiameremo Mike (anche perché se lo chiami con un altro nome non risponde), passa davanti all’ufficio di Hervé proprio mentre noi si sta lì a sorbire il nostro caffè.

– Oh, bevete caffè?
– Sì
– Non è quello aziendale…
– No. Ne vuoi una tazza?
– Certo! Buono. Sapete? Io ho una macchina espresso a casa che non uso. Vi piace l’espresso?

Alla parola "espresso", mi si è alzata in testa una cresta come a un cacatoa e le orecchie mi si sono drizzate come quelle di Spock.

– Ma… la macchina espresso VERA? Quella che ti fa tazzine di caffè grosse non più di così?
– Certamente!

Da allora, la macchina è stata portata. Successivamente sono arrivate le tazzine di porcellana "giuste", il macinacaffè, il caffè in grani, i dolcetti e gli ospiti. Il Coffee Club è diventato una realtà e un rito quotidiano, portando un barlume di civiltà nell’oscurità di queste lande barbariche. Domando scusa se mi sono dilungato in cotanta romanzesca descrizione, ma il Coffee Club è un qualcosa che andava introdotto degnamente perché ha dato vita a tutta una serie di altre cose. Se il blog continua, dovrò menzionarlo spesso.

  1. aprile 8, 2007 alle 09:41

    considerato io non essere grande fan del caffè, ho trovato tuttavia questo post molto arguto e sibillino, quasi da spingermi oltre l’uscio di casa per scendere al bar e…

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