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Riusciremo, al terzo tentativo?

È una settimana che vado provando a scrivere questo post. Perché voglio raccontare una cosa che al momento mi è sembrata surreale e tragicomica ma, come la giro la giro, mi esce moscia…

Vabbè, passons oultre. Siamo a sabato scorso e ci svegliamo di prima mattina, relativa perché la notte è stata quello che è stata, con l’intenzione di affrontare una giornata quanto meno concitata. L’idea è di essere all’ufficio postale per le dieci, dove una nostra amica ci ha assicurato che non solo fanno le foto del passaporto ma che dispongono di un’avveniristica attrezzatura simile al lettino della TAC, manovrata appositamente da un team composto da un fotografo, uno psicologo infantile e due assistenti. Grazie a tutto ciò, possono tenere i neonati sdraiati durante la posa.  Memori dei nostri due fallimenti in fila, ci siamo detti: "E che stamo a aspetta’?" (l’accento del Massachusetts si fa sempre più pesante). Dopo l’ufficio postale era nostra intenzione andare dal mio placidissimo barbiere, dove mamma Bostoniana si sarebbe fatta lavare e asciugare i capelli e io me li sarei finalmente tagliati, per poi arrivare entro le quattro da un mio amico, il cui figlio quasi un-enne avrebbe festeggiato il primo compleanno – tutta una scusa per un barbecue, alcol a fiumi e una schitarrata.

Ci muoviamo con baracca e burattini e ci dirigiamo all’ufficio postale di Union Square. Iniziamo a fare la fila, un solo sportello aperto con dietro un impiegato con una vistosa voglia di ginocchio in testa (sì Bostonia’, fai lo spiritoso che te lo puoi proprio permettere). Mentre siamo lì che cerchiamo di conciliare fila, compilazione di moduli e un occhio al pupo, arriva una gentil megera che apre un secondo sportello e dice "Solo chi deve richiedere il passaporto, venga da me". Ci facciamo avanti noi e un ragazzo. La megera ci dice: "Avete le foto?" "No, dobbiamo farle." "Acc… Guardate, ieri la macchina era rotta. Vi conviene andare giù alla piazza dal tal dei tali, che prende anche 5 dollari meno di noi, e farla da lui. Poi tornate qua e fate tutto senza rifare la fila". 

Intonando i primi salmi responsoriali della mattinata, mamma Bostoniana, il Bosto-nano e io ce ne andiamo a fare le foto, mentre Bostoniana tiene, come dire, un piede nella porta all’ufficio postale. Arriviamo da questo tizio brasiliano (come il 70% dei residenti nei dintorni di Union Square) (il restante 30% è coreano) che prepara la sua Polaroid e mi fa mettere sospendere Davide davanti a un muro bianco, dandomi così modo di apprezzare quanto il piccolino sia cresciuto di peso in questo mese. Davide dorme: occhi chiusi. Lo sveglio. Davide piange: occhi chiusi. Lo calmo. Davide dorme: occhi chiusi. Lo sveglio. Eccetera. Ripetere fino a che il brasiliano riesce a cogliere l’attimo di occhi aperti. Attesa trepidante della foto: troppo bianca. Il bimbo è piccolo, bisogna avvicinarsi molto con la macchina e il flash spara troppo. Proviamo senza flash. Davide dorme: occhi chiusi. Lo sveglio. Davide piange: occhi chiusi. Lo calmo. Davide dorme: occhi chiusi. Lo sveglio. Eccetera. Ripetere fino a che il brasiliano eccetera: foto completamente nera. Lo so, inizia a sembrare la barzelletta del cinese che paga un milione in monete da una lira (tu non avele pazienza, vaffanculo!) eppure vi sto risparmiando varie ripetizioni e momenti di attesa – quando entrava un altro cliente, il brasiliano ci abbandonava al nostro destino (e il nano, bastardo dentro, spalancava gli occhi e si calmava, il che mi portava a odiarli entrambi). Insomma, un tizio che pare un camionista mi chiede se capisco il portoghese, sboronissimo rispondo di sì e lui mi consiglia di andare da un altro fotografo che sta a un 500 metri da là e che ha una macchina più professionale, con cui le foto verranno benissimo. Rassegnati, ce ne andiamo. Nel frattempo, il tizio che stava dopo di noi in fila è venuto, si è fatto le foto, le ha prese ed è tornato all’ufficio postale, dove la megera lo ha quasi sbranato perché pensava che ci avesse fregato il posto.

Arriviamo da questo fotografo. Mi stupisce il nome italiano, visto che ci è stato consigliato dal camionista brasileiro, ma d’altronde sulla stessa strada c’è la premiata agenzia di pompe funebri "Cota, Struzziero & McKenna", quindi l’influenza luso-coreana da questa parte dev’essere minore. Spiego al tizio dietro il banco che cosa ci serve, lui sparisce nel retro a preparare le sue attrezzature e ci chiama. Lo vedo a figura intera:è il nano Bagonghi, non c’è dubbio alcuno. Ha una specie di trespolino coperto da raso bianco di igiene sommaria, mi spiega che devo appoggiare Davide sul trespolino, infilare le mani sotto il raso e tenere fermo il puffo così, perché le mie mani non si devono vedere nella foto. Davide comincia la sua solita tiritera, ma il nano Bagonghi ci stupisce tutti! Dando fondo a una serie di trucchi appresi sicuramente durante l’attività circense (che non mi si dicano storie, è ovvio che ha un passato!) riesce a distrarre Davide per quei trenta secondi che gli servono ad andare dietro la sua Nikon turbocompressa e scattare. Gli dico "Caspita, potremmo pensare di assumerti!" "Sì, lo so, i bambini mi trovano sempre simpatico… Chissà perché, io non ho figli" (pensavo: "te lo spiego io, caro il mio Bagonghi", ma ho evitato di palesarglielo). Comunque, nonostante il talento del fotografo, la seduta di posa dura un tre quarti d’ora (ora Davide ha le mani davanti alla faccia, ora si vedono le mie mani, ora il monellaccio chiude gli occhi ecc ecc ecc).

Usciamo trionfanti con le foto. Sfatti, un’ora di ritardo sulla tabella di marcia, arriviamo nell’ufficio postale. La megera, mentitrice spudorata, è lì con una macchina simile a quella del brasiliano che sta facendo le foto a una ragazzina. Ride imbarazzata: "Ehi, sapete, poi non era rotta…" Evito di dirle chi sia rotto e dove e chiedo: "Non serve il numero SSN, vero?" Mi guarda come se fossi sceso da Marte: "Veramente sì… Perché, non ce l’ha ancora?" Certo che ce l’ha. Da qualche parte a casa…

Attraverso il ponte a grandi falcate, con l’aria che già sta sui ventotto e l’umidità al 120%. Il contrasto con l’aria condizionata dell’ufficio postale, impostata tre gradi sopra lo zero assoluto, fa levare dalle mie ascelle un flebile aroma di carogna. Arrivo a casa e cerco di trovare il "qualche posto". Esauriti i posti logici e un paio di illogici, mi attacco al cellulare e chiamo Bostoniana. "Insomma, hai qualche idea? Dove può essere?" "Hai guardato sul tavolino in studio?" "Sì" "Nel mio cassetto?" "Sì" "Nel tuo cassetto?" "Sì" "Non lo so, riguardaci bene. Ma pure te, accidenti, ma che bisogno avevi di dirgli che ce l’ha? Sei sempre il solito…" "Senti, se dobbiamo metterla così, chi è che si è scordata di prenderlo? E chi è che l’ha messo chissà dove? Vabbè, piantiamola qui, fammelo cercare." Naturalmente, tre secondi dopo uno dei più feroci scazzi (la cronaca non rende) consumati dalla coppia dei Bostoniani, il documento incriminato appare in un posto quasi logico, solo un po’ meno in vista di quanto la mia concezione spaziale eminentemente monostrato mi consentisse di individuare.

Torno di corsa all’ufficio postale, dove Davide piange, Bostoniana ha la sinistra levata a giurare che tutto quello che abbiamo dichiarato sui moduli è vero, potesse cadere fulminata in quel preciso momento, e mi rimangono solo carte da firmare e centocinquanta dollari circa da lasciare in beneficienza al dipartimento di Stato americano. Finalmente possiamo prendere su e andare ad attendere con fede. Davide è stato intrattabile per tre giorni a seguire, ma adesso l’Italia è un po’ più vicina. Ah, i capelli poi non ce l’ho fatta a tagliarli: chiedere al placido barbiere di strizzare due lavaggi, un asciugatura e un taglio in due ore era davvero troppo.

  1. giugno 2, 2007 alle 03:29

    marooooooo’…..mi sento terribilmente stanca e nervosa solo a leggere tutta questa peripezia.
    anch’io sarei stata nervosa per tre giorni dopo.
    giuro.
    billo

  2. giugno 2, 2007 alle 03:46

    Dipende da quanto sono specifici i SW! Sono animale versatile, ma a tutto c’è sempre un limite……
    Ho fatto l’università dei supereroi, come elasti. Può servire?
    saluti da newton 😉

  3. giugno 2, 2007 alle 11:26

    O_O

  4. giugno 2, 2007 alle 12:10

    billo: condividiamo tutti.
    mitile: molto. CAD industriale, PLM, matematica ingegneristica, editor XML e altre varie ed eventuali. Se vuoi approfondire, mandami un pvt. Saluti da Slumerville.

  5. giugno 2, 2007 alle 13:54

    Mi sembra di capire che gli avete fatto il passaporto americano (visto che lui, nato lì, ha la cittadinanza).
    Ma per portarlo in Italia alla sua età dovete inserirlo nel vostro passaporto italiano, giusto?

  6. utente anonimo
    giugno 3, 2007 alle 01:31

    Clarke, mi hai insinuato il dubbio! Pensavo che, avendo lui un passaporto tutto suo (e sì, amerikano), non ci fosse bisogno di metterlo sul nostro. Chiederò al consolato, forse ci hai salvato il k..o

  7. giugno 3, 2007 alle 01:33

    Naturalmente il commento 6 ero io sloggato e con troppo alcool/troppo poco sonno addosso

  8. giugno 3, 2007 alle 17:50

    Mi sembra che per portare un bimbo in Italia con i genitori la burocrazia americana sia un po’ esagerata…Sono contenta che siate riusciti nell’impresa!

  9. giugno 4, 2007 alle 00:36

    A quell’età non lo si può imbarcare come bagaglio a mano? Magari non in una bustina di max 100 ml, però come bagaglio a mano…
    Cmq non ti dico quello che ha passato mio fratello in Italia quando per farsi il passaporto nuovo a portato per sbaglio il mio finto smarrito, invece del suo vecchio…

  10. giugno 5, 2007 alle 19:11

    … non ho potuto fare a meno di pensarvi oggi mentre facevo la fila all’ufficio passaporti della questura di roma. meno scene fantozziane -forse perchè ero sola- ma ne sono uscita sull’orlo di una crisi di nervi!

  11. giugno 5, 2007 alle 19:54

    Alysha, l’assurdo poi è che questo passaporto sarà valido 5 anni. Cioè, per 5 anni avrà la foto di un bambino di un mese e sosterrà che il pupo pesa 4 chili per 53 centimetri. La burocrazia è davvero un mostro acefalo
    olympus, se non andasse cambiato e stesse zitto, magari ci si potrebbe provare (all’andata, perché al ritorno penso che sforerà il peso massimo)
    expecting, che fai, ti prepari a ripartire?

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