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Mi sono scordato un punto importante

L’anonimo che ha commentato il post precedente probabilmente non condivide l’idea che l’enologia italiana sta prendendo una brutta piega – a mio avviso basta aver bevuto negli ultimi vent’anni per capire che bisognerebbe intervenire un po’ rapidamente, ma tant’è…

Però, non ho detto una cosa importante che dovrebbe far capire, se non all’anonimo in questione, a qualcun altro che il problema è tutt’altro che ideologico. Qui si sta facendo una scelta malsana proprio a livello di bìsness.

Basta fare un giro nei negozi di vino qui negli USA e studiare il tipo di bottiglie che si trovano. Le fasce tipicamente coperte dai vini italiani sono quella che va da 8 a 20 dollari, in cui (tranne poche eccezioni) si trovano cose al massimo bevibili ma sicuramente senza grossi brividi emozionali; e quella dai 50-60 dollari in poi, dove si trovano cose di alte pretese, spesso ottime ma non necessariamente. Notate un buco? Bravi. Proprio la fascia 20-50, quella dove una persona di reddito medio-alto che è disposta a spendere un po’ di più andrebbe magari a pasturare.

Perché questo? Ma perché in quella fascia i vini italiani (specie quelli esportati ma, vi assicuro con disperazione, non solo) sono fatti con la formuletta e ormai si assomigliano tutti. E assomigliano tantissimo anche a vini cileni, argentini e quant’altro, con la differenza che questi riescono a stare sotto la soglia dei 20 dollari.

Capite il disastro? Ci stiamo mettendo in concorrenza diretta con delle realtà che ci distruggono qualitativamente nella fascia di prezzo bassa e ci demoliscono per convenienza nella fascia qualitativa media. Aggiungete a questo il fatto che stiamo demolendo un pezzo alla volta la fiducia del consumatore a botte di furberie (che si risanno SUBITO e con enorme risonanza) e ditemi se il problema è ideologico o non di strategia suicida dal punto di vista commerciale.

Prosit.

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  1. agosto 23, 2008 alle 00:48

    In realtà, non avendo nulla da dire, dovrei restarmene zitta. Ma si sà, io ho uno spirito partecipativo e non mi tiro indietro, non demordo… sà.
    Il post in questione è piuttosto arabo per me (sotto un punto di vista di contenuti) perchè il Sanbitter è quanto di più alcolico il mio corpo riesca a tollerare.

    Ma una vocina dentro di me mi suggerisce che hai ragione tu, così, vado ad intuito 😄

  2. agosto 23, 2008 alle 11:39

    Sottoscrivo molto, se penso alla me stessa all’estero in der le Germanie, trovarmi a bere una roba a nome di “Barolo” e sputarlo immantinente.
    Però sul suolo patrio è diverso. Anzi, sul suolo patrio vanno succedendo cose interessanti: per esempio nascono dei vini ai castelli buonini assai (sui 16/18 euri) e si rimane stupiti. E pure altre cose sorprendenti, sotto i dieci euri.
    Uhm
    speremo che non dipenda dal fatto che so a dieta.
    🙂

  3. agosto 23, 2008 alle 13:12

    LiaVera: certo che ho ragione, e i fatti mi cosano! 🙂
    Zaub: il suolo patrio a luglio mi ha riservato una delusione dietro l’altra. Ho faticato a trovare un vino di fascia media ragionevolmente ben distribuito che non cercasse di essere ruffiano, e sempre nello stesso, fruttesco, dolciastro modo 😦

  4. agosto 25, 2008 alle 12:02

    A me succede con la birra, in Italia non se ne beve una che sia decente.
    Di vino non capisco nulla, ma firmo lo stesso.

  5. agosto 25, 2008 alle 12:18

    bostoniano, l’argomento come sai mi intriga parecchio, e faccio fatica ad essere sintetica, ci provo col più classico degli elenchi puntati:
    1) le guide. le guide fanno danni irreparabili, perchè il vino va di moda, il modaiolo che compra non ha il tempo o la cultura o l’attenzione necassaria per apprezzare una cosa che non è mai uguale a se stessa, e quindi compra quello che la guida gli dice che va bene. e quello fa lo standard.
    2) la cecità dei produttori. i produttori italiani sono piccoli piccoli piccoli. l’unica strategia sensata, anche per gli effetti più ampi (paesaggio, cultura, tradizione) è quella di puntare su quel grandissimo patrimonio di vitigni specifici di ogni territorio, che altrove non esistono nè troverebbero le condizioni per rendere al meglio, e per ciascun vitigno e per ciascuna espressione territoriale di quel vitigno cercare di evidenziare proprio le unicità. il prossimo verdicchio che sa di chardonnay mi causerà un travaso di bile, lo sento…
    3) i concorsi. muhahahahahaha. non c’è altro da dire.
    4) i corsi. se non c’è cultura del vino, e soprattutto la capacità di usare i propri sensi per valutarlo, i profumini dolci dei lieviti selezionati o il trattamento esasperato del vino in legno ingannano e incantano. e in bocca c’è il vuoto, un saporino tenue, un tannino apatico, una fugace solleticazione delle papille. che se ti fanno un ECG mentre bevi, ti appiattiscono il tracciato.
    5) le istituzioni. nel generale pianto sulle istituzioni di questo paese, gli enti che si occupano dell’agroalimentare fanno davvero ridere. stupidità e ignoranza si mescolano a dilettantismo e alla protezione de proprio orticello. fra regioni, ministero, province, camere di commercio e associazioni di categoria fanno a gara di inutilità, e intanto il sistema delle denominazioni diventa la proiezione dei poteri locali, invece che un sistema di garanzia della qualità. esistono doc riconosciute legalmente, delle quali non si è mai prodotta una sola bottiglia. tanto basti.
    prosit.

  6. agosto 25, 2008 alle 13:49

    mint: di birre di grossa diffusione no, ma qui all’estero gli esperti dicono che le microbirrerie italiani di nicchia stanno facendo cose molto buone (personalmente non lo so, ho avuto poco modo di sperimentare perché il fenomeno è recente). Se vuoi divertirti, fatti un giro da Beer Advocate, che gli americani quando fanno una cosa la fanno alla grande.
    Colpo: che dire? Sintonia totale. Non vedo l’ora di sdraiarci una bottiglia assieme. Magari, prima che sappiano tutte della stessa cosa.

  7. agosto 25, 2008 alle 14:05

    E’ il sito più bello che abbia mai visto.
    Respect beer!

  8. agosto 26, 2008 alle 17:18

    Boston….. mi inchino a tanta alcoolica saggezza.
    Mi pare di sentir l’eco dei borbotti lamentosi del mio maestro di vigna !

  9. agosto 26, 2008 alle 17:44

    Ciao Giapatoi, tornato? O hai solo trovato un internet point da qualche parte nel regno di Castilla y Leon?

  10. agosto 26, 2008 alle 20:05

    tornato tornato.
    farò solo una puntatina ad alassio per passare nell’entroterra a prendere qualche goccia di pigato…tanto per rimanere in tema vinicolo.
    prosit e buon settembre !

  11. agosto 26, 2008 alle 20:31

    Il pigato… le olive taggiasche… la panissa… OK, la smetto di farmi male da solo

  12. agosto 27, 2008 alle 11:39

    ti devo fare un dhl con le olive?

  13. agosto 29, 2008 alle 08:51

    di vino non so una cippa, però son piemontese e a furia di applicarmi, venendo incontro alle occasioni, adesso ne riconosco qualcuno che scende giù meglio, a volte riesco pure a dargli un nome – specie se ho la bottiglia con l’etichetta davanti agli occhi e non la brocca!

    Però qui volevo spezzare una lancia per i birrifici artigianali italiani, perché abbiamo realtà che non so quanto abbiano da invidiare ai trappisti del beneluz – almeno come qualità del prodotto, quanto allo stile di vita dei produttori non so. Il sito è Mondobirra.org, ma è meno figo di quello di bostoniano.

  14. agosto 29, 2008 alle 13:19

    Pois: invece il sito è fantastico, nel senso che in quello figo ma americano non vedo spesso notizie pertinenti l’Italia. Qui avrò modo di rifarmi. Comunque, ho un nanetto anche per te: dopo una settimana di moto in Borgogna con un amico, dove abbiamo bevuto così cosà e pagando troppo (il fatto è che il vino là è caro, punto), siamo rientrati in Italia passando dal Piemonte, sostando a Dogliani per la notte. In un ristorante ci siamo presi un Dolcetto locale (vino che di solito non amo granché), unico parametro di scelta fu che era l’unico disponibile in mezza bottiglia. Beh, il miglior vino della settimana, oltre che il meno caro. Piemonte rocks!

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