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Giamaica – breve enciclopedia (

Attenzione: alcune foto non sono mie. In quei casi, la foto apre il sito da cui è stata tratta come doverosa citazione della fonte.

A

amaca – ovvero, come avere ragione di un Davide recalcitrante al sonno (con un piccolo ma determinante aiuto da Dado e Giovenno, i due orsetti di compagnia)

Davide sull’amaca con Dado e Giovenno

americani – non ci si crederà, ma non tanti. Parecchi al resort, ma comunque meno peggio degli inglesi. Praticamente nessuno a Port Antonio, dove la razza imperante erano gli italiani.
appleton – onnipresente ma non per questo sgradevole marca di rum
aragoste – cotte in un dito d’acqua e aromi su un fuoco di legno di pimento (vedi) assolutamente splendide la prima volta che ci hanno portato due bestie da mezzo chilo l’una, terribili la seconda che ci hanno portato sei bestiolini piccoli piccoli.

B

bambini – a volte un po’ troppo invadenti, ma invariabilmente belli, sorridenti e molto dolci con Davide. I giamaicani adorano i bambini: a volte avevi l’impressione che tu, bianco, non eri esattamente il benvenuto; ma i sorrisi e le gentilezze tributati a Davide non sono mai sembrati di circostanza.
banane – di vari tipi e tutte buonissime. Davide ne ha mangiate a caschi
bauxite – la più importante risorsa mineraria della Giamaica, da cui si ottiene l’alluminio. La solita storia di sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali, di cave sventratutto, di porti fatiscenti e di carrette del mare.
big bamboo – noi non abbiamo avuto strane esperienze in merito, quindi rimando al post che ci ha fatto su Katika
birra – niente de che, ma noi si crede nel prodotto locale. Red Stripe per Bostoniano, Dragon per Pigrazia
blue lagoon – un buco in comunicazione col mare profondo circa 70 metri. Attrae la gente per il colore, ma onestamente per poco altro. Spiaggia inesistente, e quel poco che c’è è privato. Il parcheggio è strapieno di insistentissimi venditori di vaccate.

Blue Lagoon

breadfruit – il frutto dell’albero del pane. Si bolle, si griglia, si frigge. Niente de che, ma fa piacere poterlo dire avendolo provato. L’albero invece è bellissimo.

Bread tree e bread fruit

buche – sulla strada fra Port Antonio e Kingston, quasi più che l’asfalto

C

caffè – quello coltivato sulle Blue Mountains passa per essere fra i migliori del mondo
canna da zucchero – onestamente, più buona in Brasile
capelli – ce n’è per tutti i gusti: rasati, cortissimi, treccine con o senza annesse perline e conchigliette, dreadlocks, in gradazioni di colore che vanno dal nocciola al nero ebano
cappelli – enormi e di fogge e colori bizzarrissimi, adatti a contenere selve di dreadlock lunghe e grosse come radici di mangrovia
capre – tante. Ci fanno il curry.
cocco – niente male il cocktail preparato da Otis (vedi) a Winnifred Beach (vedi) con il succo prelevato da una noce fresca appena spaccata e una misura di Appleton Gold (vedi appleton)
collanine – Davide e Bostoniano sono stati onorati di due collanine con i colori della bandiera giamaicana fatte apposta da Yellow Culture (vedi)
coltelli – ne ho visti da cucina fatti vagamente a scimitarra. Me ne piacerebbe uno.
culla – quella che ci avevano dato nel resort dove siamo stati i primi due giorni aveva un che di vagamente ospedaliero. Davide, come si vede, c’entrava di misura.

Davide nella culla del resort

D

dollaro giamaicano – valuta locale. Ce ne vogliono 88 per un dollaro americano. I dollari americani sono accettati praticamente ovunque, ma i prezzi cambiano, ah, signora, se cambiano…
Dragon – birra scura locale, un filo troppo sciropposa.
Drapers – minuscola località nei dintorni di Port Antonio dove si trova Search-me-heart (vedi), la guest house che ha ospitato i Bostoniani
dreadlock – di norma belli. A volte onestamente disgustosi

E

Errol Flynn – uno dei tanti famosi personaggi che hanno legato il loro nome ai dintorni di Port Antonio. Un altro è Noel Coward.
escursioni – era possibile andare alle Blue Mountains a vedere le coltivazioni di caffè. Era possibile fare rafting sul Rio Grande sulle zattere di bambù. Era possibile fare trekking alle cascate. Era possibile andare a vedere il mausoleo di Bob Marley. Niente di tutto questo: un bambino di due anni e poco al seguito, ammettiamolo, un filino limita.

F

festival – divertenti cosi fritti simili a grissini corti. Serviti in accompagnamento a un sacco di roba.
fisici – tutti i maschi un minimo bene in arnese che non avevano svaccato avevano fisici asciutti e scolpiti o muscolosi e scolpiti. Tutte le femmine un minimo bene in arnese che non avevano svaccato avevano seni a prova di gravità, sederi autoportanti a sospensione indipendente e gambe impossibilmente lunghe. Unire sguardi dolci e profondi per lei, simpatici e gaglioffi per lui, sorrisi impagabili e quant’altro ed ecco che un povero Bostoniano qualunque si trova a consolarsi quando può rilevare che le spalle di "quello" non sono super-dritte o le braccia di "quella" sono un filo pelose.
Frenchman’s Cove – splendida spiaggia con un paio di fregature. La prima è l’ingresso, circa 6 dollari americani (un’enormità, relativamente parlando). La seconda è indissolubile da ciò che la rende speciale. Di suo, è una bella spiaggia dalla sabbia corallina e di misura mignon. Per arrivarci, però, si attraversa uno splendido giardino solcato da un fiumiciattolo che sbocca direttamente sul lato sinistro della baia, consentendo di scegliere se fare il bagno in acqua dolce o in mare. Il problema è che l’acqua del fiume, per ragioni di fluidodinamica tutte da studiare, non si mescola con quella del mare ma crea uno strato in superficie di una decina di centimetri. Ora, l’acqua di mare è a 26 gradi, quella del fiume è sì e no a 20. Si immagini l’effetto.

Frenchman’s Cove – il fiume

Frenchman’s Cove – la spiaggia, Davide e un romanzo di John Grisham

frutta – “eh, la frutta… in Giamaiha unnè mìa ce ne sia tanta”, dichiarò non si sa perché la proprietaria fiorentina della guest house. “Ma noi abbiamo visto tipo delle cose fatte così e cosà…” “Ma quelle le son cose che c’hanno ni’lloro giardino”. Insomma, ‘sta poca frutta? Manghi grossi come meloni. Guava profumatissima con cui fare ottimo succo. Papaya che sa di qualcosa. Guinep, che sembrano grosse olive da interi e litchee da sbucciati, dal sapore di lime, nespola e altro ancora. Più altra roba che non abbiamo potuto assaggiare. Tutto venduto a prezzi commoventi da banchetti lungo la strada. Te tu pensa se ce n’avevan dimolta, verrebbe da risponderle.

G

galli – alle 4.30 ogni mattina, la premiata corale avicola si esibiva senza risparmio di “chicchirichì”.
ganja – la risposta è “ovviamente sì”. Con la dovuta misura. E sì, vale la pena. Per note sulla realtà locale, vedere “spliff”.
ginger beer – bevanda preparata con zenzero fresco. A differenza del ginger wine, analcolica (quindi, per qualcuno del tutto inutile).
ginger wine – simile al barolo chinato. Servito ghiacciato non è affatto male, tanto che ce ne siamo portati una bottiglia.

Boccia di Ginger Wine

ginnastica – “Papi, amaca”. “Papi, scendere”. “Papi, amaca”. “Papi, scendere”. “Papi, amaca”. “Papi, scendere”. (continua)
guinep – vedere alla voce “frutta” e qui sotto, in mano a Davide.

Grappolo di Guinep

Guinness – fra le birre di importazione, una delle preferite assieme alla Heineken

H

hey mon – “hey man”. Interiezione con cui si apostrofa chiunque, a prescindere dal genere.
Howie – ingrugnito e silente ma solerte tassinaro che, per un prezzo onestamente esoso, ci ha portati dal resort a Port Antonio e da Port Antonio all’aeroporto di Montego Bay. L’ultimo giorno ci ha sorpreso chiedendoci di farci una foto prima che entrassimo nell’aeroporto. Il mio cervello ancora si interroga sui possibili secondi fini.

I

inglese – in teoria, lingua nazionale. In pratica, mentre un americano che voglia dire “se non rivedo i miei soldi sono guai” direbbe qualcosa tipo “if I don’t get my money there’s going to be trouble”, un giamaicano potrebbe dire ad esempio “A hell an’ powda house if mi nuh get mi money”. Con un accento indescrivibile.
iPod Touch – ora, Bostoniano è uno che resiste impavido alle tentazioni dei gàgget tennologici. Ma da quando la famigliola ha scoperto che è possibile sedare Davide per intere ore facendogli vedere i video delle canzoni del Muppet Show e dello Zecchino d’Oro su Youtube, nonché che detti video possono essere scaricati ed eseguiti con altrettanto successo su un iPod, prenderne uno per garantirsi un viaggio tollerabile (che sono pur sempre 14 ore di spostamenti vari) è stato quasi automatico.

J

Jah – creatore del cielo, della terra, degli uomini e della ganja. Un fico, insomma.
jerk – a un tempo, speziatura e modalità di cottura. Pezzi di pollo (normalmente), maiale (più di rado) o aragosta (si trova, ma è un po’ uno spreco) vengono speziati con una mistura molto piccante e grigliati su un fuoco di legno di pimento (vedi). Il risultato è una carne piccantissima e molto profumata. Pare che lo scopo originale di questa tecnica fosse ottenere carne conservabile, ora il jerk è per la Giamaica quello che per l’Italia è la pizza.

Griglia per la cottura del Jerk, tradizionalmente ricavata da un bidone

John Grisham – Pigrazia, che non lo conosceva, ne ha letto compulsivamente due libri per poi stabilire che in fondo erano così cosà. Ma finché leggeva non c’è stato verso di staccarla.
Johnny – allegro e solerte tassinaro, noto anche come Bully John, che ha tampinato i Bostoniani per giorni cercando di scalzare Howie (vedi) dal diritto di riaccompagnamento all’aeroporto. Ci sarebbe riuscito (chiedeva 20 dollari di meno) se non si fosse fatto beccare a farsi le canne prima di guidare e a bere birra durante. Che va bene per 3 chilometri, meno per 140 con bambino a carico.

K

Kingston – boh. Ce ne siamo tenuti bene alla larga.
kling kling – piccoli corvidi rumorosissimi, sfacciatissimi e affamatissimi. Provate a lasciare il vostro pranzo sul tavolo e distrarvi due secondi, dovrete cacciarli a randellate.

L

latte – quello fresco è spesso andato. Si va avanti con l’UHT
letto – alla guest house, Davide ha dormito per la prima volta in un letto vero. Tutto tranquillo le prime tre sere, alla terza è caduto tre volte. Da lì in poi, Pigrazia lo ha tenuto d’occhio tutte le notti a intervalli regolari. E lui è riuscito a cadere lo stesso.

M

machete – in realtà una versione del coltello a scimitarra lunga un’ottantina di centimetri. Lo usano solo per tagliare e pulire le canne da zucchero e per aprire le noci di cocco. O almeno uno lo spera.
marina – zona di Port Antonio dedicata alla cafonautica in cui si trova anche il ristorante Norma (vedi)
Montego Bay – l’aeroporto più lontano da Port Antonio. Ovviamente, i Bostoniani turisti-fai-da-te avevano prenotato i voli su questo aeroporto invece che sulla più logica Kingston
mutande – sarò datato, ma mi pare così strano doverle indossare sotto il costume… Mi pare anche strano che il costume arrivi a metà polpaccio, confesserò.

N

nanna – in spiaggia, sul pareo di mamma, ha tutto un altro sapore.

Quando il sonno chiama…

Negril – al lato opposto di Port Antonio, pare essere la città più americanizzata dell’isola (in pratica un resort su scala cittadina). I Bostoniani se ne sono tenuti alla larga
noce moscata – mai vista prima in vita mia una intera. La si trova ancora avvolta da quella specie di rete di fibre rosse che, essiccata e macinata, in Italia si vende come “macis”. Dentro c’è un seme marrone scuro lucidissimo dal quale, una volta rotto, si estrae la noce vera e propria. L’odore, ovviamente, è mostruosamente più intenso di quelle che si trovano da noi.
Norma – ristorante presso la marina (vedi) con qualche pretesa di internazionalità, insomma, l’unico posto dove si trovasse qualche alternativa al jerk. Non male, ma un po’ caro e spesso sfornito di buona parte delle proposte. E stranamente sprovvisto di gelati.

Da Norma, le arance si degustano in piedi sulla sedia

nuoto – nonostante giubbotto salvagente e braccioli, l’unico stile di nuoto che Davide padroneggi davvero è il koala (= abbarbicato a un genitore). Comunque, un primo contatto incoraggiante. L’acquamare a 26 gradi ha decisamente aiutato.

Versione braccioli

Papà, potresti non farti vedere? Ci sono le ragazze…

O

one love – “yuh’s here coz your parents loved each other and we love each other and God loves us and it is all the same love, there are no many loves, it’s the same love. Dat is why de Rastamen say “one love”.
ora legale – in Giamaica non la usano. Il risultato è che alle sei e mezza è buio. Mah…
Otis – giovane padrone del baracchino-bar sulla spiaggia di Winnifred. Un fico. Pulisce il suo tratto di spiaggia, fa prezzi onesti, è gentile con tutti e ha sempre l’attenzione in più per i clienti, col risultato che lavora a manetta. Altrove sarebbe milionario, ma per ora a lui va bene stare come sta e restarsene in Giamaica.

P

pimento – albero aromatico: le bacche si usano come spezia, il legno lo si brucia per cucinare, le foglie usate per avvolgerci i cibi da cuocere in modo da profumarli. Insomma, una pianta aromatica totale. L’odore è fra il pepe, la noce moscata, la cannella ecc.

Bacche e foglie di pimento

pollo – l’animale in assoluto più mangiato in Giamaica. Il jerk (vedi) è la preparazione più tradizionale, ma oltre a quello lo si stufa, lessa, frigge e quant’altro.
Port Antonio – cittadina quasi sulla punta orientale della Giamaica. L’intera area è ancora relativamente poco toccata dal turismo straniero, si respira una sana aria di reddito distribuito in modo relativamente equo e alcune località sono fra le più belle dell’isola. Queste le motivazioni dei Bostoniani per sceglierla come destinazione per la propria vacanza.

Q

qanagatocl – inesistente popolazione precolombiana, mai risieduta in alcun posto sulla Terra e tantomeno in Giamaica, che mi sono inventato tanto per avere una voce alla Q.

R

rastamen – di solito, si può stare tranquilli. Possono avere un’aria impressionante, ma per i rasta tutto è molto seriamente basato su pace, amore e rispetto. Quindi, il peggio che possa capitare è che vogliano parlarvi e voi non ci capiate una mazza.
Red Stripe – leggerissima e non troppo buona birra locale (ma un must)
reef – non ti stupisce con effetti speciali come in altri posti (i pesci sono un po’ piccoli), ma già più che dignitoso
reggae – non esclusivo (si ascolta anche pop americano e un’impressionante quantità di musica di vari generi con testi cristianissimi, tipo “Perché io sono grato e felice di poter ringraziare il signore, perché come si legge nella Lettera ai Romani ecc ecc”) ma decisamente diffusissimo, anche grazie alla potenza degli onnipresenti sound system (vedi)
respect – il saluto che i giamaicani tributano allo straniero che vogliono far sentire bene accetto (anche se in realtà lo disprezzano) è un delicato pugno nocca-contro-nocca con la mano destra. E’, perlappunto, una dichiarazione di rispetto, almeno in teoria. Il primo impatto di Pigrazia con questa usanza è andato più o meno così: “Vedi quello lì, che era venuto a parlarmi? Voleva che andassimo a fare snorkeling, poi voleva vendere cose, poi mi ha chiesto se volevamo erba, alla fine mi ha fatto così con la mano per far vedere che aveva tipo quattro anelli e l’orologio d’oro. Io l’ho guardato tipo ‘E allora?’” “Ma Pigrazia, è il saluto locale!!! Si aspettava che lo facessi anche tu!” “Ahh… Bella figuremmerda!”
Rosanna – gentile signora fiorentina, vive una doppia vita: insegnante di inglese al professionale durante l’anno scolastico, albergatrice in Giamaica nel resto del tempo. Grande conoscitrice e amante della Giamaica e, come ogni vero innamorato, disincantata verso molti suoi aspetti.
route taxi – il più diffuso servizio di trasporti, almeno nella zona di Port Antonio. Sono auto che fanno un percorso ben preciso, si fermano a richiesta e, per prezzi piuttosto modesti, ti portano (forse) a destinazione. Pregi: frequenza, reperibilità, flessibilità, prezzo. Difetti: i conducenti a volte tirano su sette-otto persone, spesso guidano come degli indemoniati, capita che ascoltino musica ad alto volume, non necessariamente del tipo che vorresti sentire te, o persino che si guardino la televisione mentre guidano. In alcuni casi (vedere la voce Johnny) non rifiutano una cannetta o una birrina prima e durante la guida.

S

San San – spiaggia stranamente preferita per molte persone. I Bostoniani non hanno mai avuto fortuna con il tempo quando ci sono andati, ma comunque continuano a non capirne interamente l’attrattiva. Bella, per carità, ma senza il servizio e la cura di Frenchman’s Cove (vedi) né la piacevolezza e l’autenticità di Winnifred (vedi)

San San e Monkey Island

Search-me-heart – deliziosa guest house dove i Bostoniani hanno trascorso la maggior parte della vacanza. Sita in località Drapers e gestita da Rosanna (vedi) e Yellow Culture (vedi), ha tre camere e un bellissimo giardino. Niente aria condizionata, qui si va a ventilatori. Prende il nome da un arbusto con le cui foglie si fa una specie di tisana.

Search-me-heart – pezzo di casa e giardino

sole – ammazza, quanto mena!
sound system – prendete la libreria che c’era nello studio dei notai di una volta, moltiplicatela per due e punteggiatela a intervalli di woofer e tweeter di varie dimensioni. Attaccateci un impianto di qualità magari dozzinale ma di potenza a specifica militare, sparateci dentro Reggae a manetta e avete un sound system. I sound system si trovano in un cortile su dieci e, nel weekend, sono attivi praticamente in permanenza.
spiagge – nella zona, splendide. Bianche e coralline. Parecchie piante vicino alla riva, però, il che vuol dire quintali di rami secchi e foglie in acqua
spliff – sigaretta arrotolata a mano riempita con i germogli essiccati di una certa pianta erbacea fibrosa in luogo del tabacco. Il fumo è profumatissimo. (Vabbè, è una canna, OK?)
Starfish Trelawney – resort tuttocompreso dove i Bostoniani hanno trascorso i primi due giorni della vacanza. Pieno di americani (vedi) e inglesi. I primi si allargavano ad andare al mare e partecipare alle attività, i secondi bivaccavano tutto il tempo a bordo piscina, alzandosi solo per prendere un’altra birra al bar. Uguale a qualunque altro resort, non ci abbiamo mangiato granché. Bellissime piscine, però.

Ristorante sgarzolo del resort. Davide alle prese col conto.

T

tempo – i Bostoniani temevano molto di trovare una fetenzia di tempo – dopotutto, l’estate è la stagione umida in Giamaica. Viceversa, hanno avuto sole quasi sempre.
toscani – apparentemente, l’etnia dominante fra gli italiani di Port Antonio. Molti anche i piemontesi e gli emiliani.

U

umidità – altra cosa che Bostoniano ricordava come insostenibile ai tropici in questa stagione che viceversa non ha mai superato livelli di assoluta tollerabilità

V

vento – orca se tira, quando gli piglia…
vino – meglio non pensarci, va… Ogni posto ha il suo bello, quello della Giamaica non è questo

W

Winnifred – che dire, una spiaggia che ha tutto. Piena di baracchini che vendono cose da mangiare e no, il ristorante che fa le aragoste (a undici dollari pasto completo), il bar-acchino di Otis, la spiaggia candida, il mare caldo, il reef a poche decine di metri dalla riva… L’unico neo sono i due chilometri di sterrato per arrivarci che, se hai un bambino di due anni con te, ti costringono a pagare una tariffa extra per fartici portare e accordarti per farti riprendere

Winnifred Beach. Sullo sfondo, tavolo del bar-acchino di Otis

Woody’s – posto da hamburger se vai senza prenotare. Se invece la mattina chiedi la cena giamaicana e lasci un congruo anticipo, ti fanno un pasto di zuppa di verdure, piatto forte (jerk di pollo o maiale, o curry di capra), contorni vari e dolce. Per pochi soldi in più che a mangiarti hamburger. La signora che lo gestisce è una sagoma e adora i complimenti (che per altro sono meritatissimi). Woody, suo marito, è decisamente un po’ meno sagoma.

X

Xaymaca – il nome “Giamaica” ha origini non chiare. Una delle teorie è che derivi da questo termine in lingua Arawak, che si traduce più o meno con “terra delle primavere”

Y

Yellow Culture – Vernon “Yellow Culture” Sewell (detto anche solo "Culture", prn. "Còlcio") è un personaggio. Rastaman, DJ, co- gestore di Search-me-heart (l’uomo dietro ai fornelli della colazione, al mantenimento del giardino e all’intrattenimento degli ospiti con storie, teorie filosofiche, musica e sì, l’occasionale spliff sociale). Del suo soprannome, "yellow" è (dice) un riferimento al sole, "culture" al fatto che sa fare un sacco di cose. Ha instaurato un rapporto con Davide praticamente subito e riusciva quasi a farsi dare retta (un miracolo, se chiedete a noi). Dotato di un incredibile e poco spiegabile paio di occhi blu intenso, di un’infinita pazienza, di un accento praticamente indecifrabile e di una panzella da birra che non passa inosservata (preferisce la Guinness).

Davide e Yellow Culture

Z

zanzare – “Ah, in questa casa le ‘un ci sono”, dichiarava Rosanna sicurissima. Le ci sono, le ci sono, mi sento di rispondere, e c’hanno anche dimolta fame.

Davide, versione Ranxerox, dimostra l’assenza di zanzare (vedi polso e zigomo sinistri)

  1. settembre 8, 2009 alle 06:22

    insomma, una bella vacanza.

  2. settembre 8, 2009 alle 07:16

    Non ho capito bene la storia delle mutande, ma passa in secondo piano rispetto a tutto il resto ma soprattutto a quanto è cresciuto Davide!
    :)))

  3. settembre 8, 2009 alle 08:35

    Che spettacolo!!!!🙂

  4. settembre 8, 2009 alle 10:33

    ahahahah… che figata:)
    voglio i geni di Yellow Culture. Complimenti per la risposta è “ovviamente sì”. ma dove andrà Davide quando vorrà fare il figlio ribelle e alternativo con un duo di genitori de(l)genere?

  5. settembre 8, 2009 alle 11:53

    Cinas: proprio.
    ESSE: portano tutti le mutande sotto il costume. Anche per fare il bagno. Ma lo vedo sempre più spesso anche da noi, e non me ne faccio capace.
    Alkanette:🙂
    Layla: forse è meglio non farsi di queste domande. La risposta potrebbe non piacere a un genitore, per degenere che sia!

  6. settembre 8, 2009 alle 12:36

    e’ sempre piu’ fico il vostro patato

  7. settembre 8, 2009 alle 12:51

    a parte davide che spopola, te ne sei portati indietro di noce moscata e di pimiento?

  8. settembre 8, 2009 alle 15:46

    sullepunte: e ne è fastidiosamente conscio!
    Expecting: no, purtroppo. Semi e piante vivi non sono importabili. Se è per importarli macinati, tanto vale prendere quelli che si trovano qui…

  9. settembre 8, 2009 alle 16:01

    Le mutande sotto il costume spopolano anche in Italia,purtroppo.

    La Grisham addicted che è in me vorrebbe sapere quale libro stavi leggendo.

  10. settembre 8, 2009 alle 16:10

    Layla24 e Boston
    Miei cari, al problemuccio che avete sollevato ci arriverò prima io tra non molto.oddiomio!!!!!!!!!!

  11. settembre 8, 2009 alle 19:33

    ProfA: lascerò che te lo dica Pigrazia, io non me lo ricordo!
    Giap: farò tesoro della tua esperienza, quindi racconta con dovizia di dettagli!

  12. settembre 8, 2009 alle 19:47

    Giap e Boston, mettetevi in fila dietro di me, prego!
    Questo figliolo comunque l’è da morsi.
    Ah, e complimenti anche per il fiorentino, anche se lì ci son margini di miglioramento.

  13. settembre 8, 2009 alle 19:57

    Perla, il mio toscano è misto. L’ho raccattato un po’ a Porto S. Stefano, un po’ a Castiglione della Pescaia, un po’ in giro per il Valdarno e qualche spicciolo fra Arezzo, Firenze, Siena e il Casentino. Non si poteva pretendere!🙂

  14. settembre 8, 2009 alle 19:58

    Còlcio si occupava dell’occasionale (?) spliff sociale?
    Guardando la sua t-shirt non l’avrei mai detto!

  15. settembre 8, 2009 alle 20:48

    Guarda, già parlare di toscano è un sacrilegio. Ti perdono solo perchè mi hai dato la dritta del refuge.😀

  16. settembre 9, 2009 alle 08:16

    il posto è bello,la frutta il signore moretto con il faro abbagliante …
    ma i’tu figliolo l’è uno spettaHolo🙂

  17. settembre 9, 2009 alle 10:34

    Il viaggio sarrà stato bellissimo, ma u carusu è troppu beddu (troppo toscano in giro, riequilibriamo le sorti dialettali :-D). Ormai è un ometto: nella foto col giamaicano sembra grandissimo… Riempilo di baci per me e…bentornati.
    Bye. L. HD

  18. settembre 9, 2009 alle 11:20

    ProfA, non ricordo se il libro in foto era un Grisham, ma nel caso, date le dimensioni poteva essere “Skipping Christmas”.
    L’altro che ho letto si chiamava “The King of Torts”.

  19. utente anonimo
    settembre 9, 2009 alle 12:20

    io ogni tanto mi rileggo il post di quando nacque il nano..e quando lo vedo qui giaa’ ometto guarda..mi emoziono
    ma alla sua laurea potro’ piangere un po?
    superpomettomelasloggata
    ps:certo che in giamaica potevate portare pure me eh?

  20. settembre 9, 2009 alle 12:26

    mado’, ‘sto bimbo ci porta via tutte.

    Nina

  21. settembre 9, 2009 alle 14:00

    Xan: mai detto che i suoi spliff privati fossero occasionali. Solo quelli sociali erano sporadici (e mi pare giusto, visto che offriva lui e in casa c’erano sempre almeno otto persone in età fumaiola).
    perla: ma dai… Se vuoi metterti davvero a fare i distinguo li puoi fare anche su base condominiale ma, se guardi da fuori, un “toscano” più o meno coerente esiste eccome! Che poi lo sbaglino tutti è un altro paio di maniche…
    laRosi: motivo per il quale decora quasi tutte le foto😉
    Lemny: in effetti, u carusu ha messo su centimetri
    superpomettomel: il posto in valigia non l’hai voluto, che potevamo fare di più?
    Nina: la faccia ruffiana non so da chi l’abbia presa, ma di sicuro ce l’ha

  22. settembre 9, 2009 alle 17:34

    Che bella sta enciclopedia illustrata!
    E che bello il vostro bimbo.

    Ah…sul toscano: io sapevo solo quella della hohahola hon la hannuccia horta… saltello via alla svelta!

  23. settembre 10, 2009 alle 08:44

    IL CURRY SI FA CON LE CAPRE????

    (Davide che pisola a quattro di spade col pupazzo sulla faccia fa schiattare).

    (Sì, sono arrivata solo alla C, di straforo da un computer proibito!)

    Rita

  24. settembre 10, 2009 alle 11:18

    I: invidiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
    Scherzi a parte, che gran bei posti, e che gran bel cuginetto che mi ritrovo.Baci Lacusèina

  25. settembre 10, 2009 alle 15:08

    ahhhhh! la jamaica!
    quando hai parlato di taxi mi sono venuti i brividi. la chiamano ganja-drive e ancora me la ricordo: da vomitare l’anima e raccomandare l’anima al signore.
    io però ora mi sono innamorata di davide. come la mettiamo?

  26. settembre 10, 2009 alle 19:54

    Volare: ecco, quella penso che i toscani non la sopportino. Un po’ come qui a Boston odiano che la gente gli chieda di dire “Park my car in Harvard Yard” (per sentire che pronunciano “Pahk myh cah in Hahvid Yahd”). Di solito, gli rispondono “You can’t pahk theah, you’ll get towed”.
    Rita: per la precisione, si fa coi capri maschi. Le capre femmine secondo loro sono troppo poco “caprose” per reggere il curry. Comunque, puoi fare qualunque cosa col curry. Anche le tue vecchie Adidas, se non hai altro sottomano.
    LaCusèina: dunque, lo so che tecnicamente Davide è tuo cugino di qualche grado, ma mi pare tanto assurdo… Io, il tuo nano lo considero nipote!
    Kat: chi sono io per dire qualcosa? Dovresti sentire che ne dicono i veri interessati: Davide e il Polpetta Volante!😉

  27. settembre 11, 2009 alle 12:06

    @ Katikà: tu ti sei innamorata di Davide solo ora…
    (vedi commento n.12 al post di Bostoniano di martedì 11 Novembre 2008)
    Mettersi in fila please (mi sa che la fila è lunghissima).😀
    Bye. L.HD

  28. settembre 11, 2009 alle 15:32

    sappi, lemny, che da sempre ho custodito nel mio cuore questo dolce sentimento. ma ora vedere l’oggetto del mio sentire (del quale finora erano pervenute solo fugaci immagini, sufficienti tuttavia a scombussolare il mio cuore) in tutta la sua strepitosa avvenenza mi ha costretta a infrangere il silenzio della mia devozione e a dichiararmi sua eterna schiava.

    ok ok mi metto in fila.

  29. settembre 11, 2009 alle 22:17

    @ Katika: sapessi come ti capisco…E’ dalle prime immagini batuffolose che ha rapito il mio cuore e, di questo passo, dispero di riaverlo indietro…🙂
    Bye. L. HD

  30. settembre 16, 2009 alle 20:58

    che post meraviglioso. me lo son proprio goduta, grazie! davide poi e’ uno spettacolo…

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Emmò, ariccontateme quarcosa VOI!

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